Il Premium International Florence Seven Stars ha consegnato a Mario Cretì il Premio alla Carriera Scultorea

Carlo Franza 13 giugno 2026 Carlo Franza 13 giugno 2026

La materia che ricorda, la forma che insiste

Sul Premio alla Carriera Scultorea a Mario Cretì — Premium International Florence Seven Stars, Firenze 2026

Firenze sceglie con cura le forme a cui affidare un giudizio. La sera del 13 giugno 2026, sulla Gran Terrazza Belvedere del Plus Florence, il Premium International Florence Seven Stars ha consegnato a Mario Cretì il Premio alla Carriera Scultorea, dentro la cornice del Gran Concerto d’Estate Fiorentina dell’Accademia Fiorentina MusicArea. Un premio alla carriera somiglia a una tesi: dichiara che un percorso possiede una direzione riconoscibile e una posta in gioco. Nel caso di Cretì, quella tesi riguarda il modo in cui una forma stabile — l’icona, l’archetipo, il sacro — accetta di entrare in tensione e resta viva proprio dentro quella tensione.

Un giudizio che chiude un cerchio

Il riconoscimento arriva dalla giuria del Premium International Florence Seven Stars, presieduta da Carlo Franza, storico dell’arte moderna e contemporanea, allievo di Giulio Carlo Argan e firma del «Giornale». La continuità conta. Lo stesso critico che, pochi mesi prima, aveva curato a Firenze la personale «L’Abbecedario del Mondo» al Plus Florence, dentro il progetto «Scenari», torna a misurare l’opera di Cretì dall’alto di un’autorevolezza costruita su una lunga frequentazione del contemporaneo. Durante la serata Franza ha tenuto una lectio magistralis dal titolo «La Mediazione nelle dispute artistiche e peritali», un tema che mette al centro l’atto stesso del giudizio: la responsabilità di chi pesa il valore e lo certifica. Il premio a Cretì matura così dentro un discorso critico coerente e ne rappresenta l’esito naturale.

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La motivazione del premio

La giuria affida a poche righe il senso del riconoscimento, e quelle righe contengono già una chiave di lettura:

«Il lavoro che da anni svolge con poetica attenzione nel campo della scultura lo ha imposto come uno dei più significativi a livello italiano, e figura vivace dell’arte italiana contemporanea. Le stagioni della sua scultura non solo laica e non solo religiosa, come le crocifissioni collocate in spazi di rilievo, hanno destato l’attenzione della critica più colta e del mercato nazionale. Per tali motivi e per i capitoli scultorei scavati tra materia, luce e volumi, narrati e descritti con creatività e filosofia, Mario Cretì merita fortemente questo premio internazionale per la sua alta testimonianza di valore e frontiera».

— Motivazione della giuria, Prof. Dott. Carlo Franza, Presidente

Tre indicazioni reggono il giudizio. La prima è il verbo scavare: la scultura come scavo dentro la materia, la luce, il volume. La seconda lega creatività e filosofia, e dichiara che l’opera nasce da un pensiero prima che da una tecnica. La terza è la parola frontiera: Cretì lavora su un confine, e proprio su quel confine colloca la propria testimonianza.

La stabilità messa in tensione

Conviene leggere l’opera con gli strumenti che le competono. Due chiavi aiutano a entrare nel lavoro di Cretì. La prima viene da Aby Warburg e dalla sua idea di Nachleben, la sopravvivenza delle immagini: certe forme cariche di energia — il gesto sacro, la postura primordiale, la memoria bizantina — riaffiorano nei secoli e tornano a parlare nel presente. La seconda viene da Henri Focillon e dalla sua vie des formes: una forma possiede un’esistenza propria, migra, si trasforma, cambia stato passando da una materia all’altra.

Cretì lavora esattamente in questo spazio. Prende l’icona nella sua stabilità — frontale, composta, eterna — e la sottopone a una pressione interna. Le superfici vibrano, gli equilibri si tendono, la simmetria si incrina quel tanto che basta a rivelare la forza che la tiene insieme. L’operazione possiede una radice filosofica prima ancora che formale: rimette in discussione l’idea stessa di permanenza. La stabilità iconica resta riconoscibile e, nello stesso momento, si mostra come un fatto dinamico. Qui sta il centro del suo lavoro, e qui sta la ragione profonda del premio: la destabilizzazione strutturale della stabilità iconica diventa un metodo, una poetica matura.

La materia e la sua memoria

La materia diventa il luogo di questa vita delle forme. Bronzo, terracotta, legno d’ulivo, malta di sabbia di fiume e cemento, tufo, pietra leccese: ogni materiale impone alla stessa intuizione formale una legge diversa, una resistenza, un volume, una temperatura. Il bronzo trattiene la luce e la restituisce dura; la pietra leccese concede una tenerezza calda, quasi epidermica; l’ulivo porta nella fibra il tempo lungo dell’albero. Cretì scava la forma tra materia, luce e volume, e attraversa questi registri come un compositore che riscrive lo stesso tema per strumenti diversi: in questa traduzione continua, la forma rivela una vita autonoma.

Qui entra il Salento. Cretì nasce a San Donato di Lecce, e la sua materia conserva la geologia e la memoria di quella terra. La pietra leccese e il tufo arrivano carichi di una stratificazione antica, un sostrato mediterraneo e bizantino che Warburg chiamerebbe sopravvivenza. La liturgia domestica tra Bisanzio e il Salento che attraversa molte sue opere racconta proprio questo: il sacro esce dalla teca del museo e torna a farsi gesto quotidiano, presenza calda dentro la casa e dentro la mano che modella. La forma sopravvive finché continua a servire.

C’è una rima sottile tra la lectio di Franza e l’opera premiata. La mediazione di cui parla il critico — l’arte di tenere insieme posizioni in conflitto e di trovarne la misura — è ciò che la scultura di Cretì compie sul piano della forma. Ogni sua opera media tra l’ordine e la spinta che lo scuote, tra la calma dell’archetipo e l’energia che lo percorre. Il risultato somiglia a un accordo tenuto a lungo: una stabilità che ogni volta si conquista.

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Un premio rivolto in avanti

Un premio alla carriera rischia sempre di suonare come un congedo. L’opera recente di Cretì rovescia quel rischio. «L’Abbecedario del Mondo» costruisce un alfabeto dell’esistenza in cui ogni opera diventa lettera di un linguaggio universale e la pittura si fa scrittura sacra; le ricerche più nuove, raccolte sotto il segno di una cosmologia organica del segno, spingono ancora più avanti, verso una grammatica in cui il segno cresce come un organismo. Il riconoscimento di Firenze fotografa quindi un artista in pieno movimento, e celebra una traiettoria che continua a porsi domande.

Firenze custodisce da secoli l’idea che la forma nasca dal disegno e dal pensiero. Premiare Cretì significa riconoscere che la sua destabilizzazione della stabilità iconica appartiene a questa stessa storia: la storia di una forma che attraversa le epoche, cambia materia, accetta la tensione e ne esce più viva.

La giuria parla di testimonianza di valore e di frontiera, e la formula coglie il punto: la solidità di Cretì riguarda ciò che la forma custodisce, e insieme il confine che la stessa forma osa attraversare. Frontiera tra il laico e il sacro, tra la materia povera del Sud e la luce del bronzo, tra la memoria antica e il gesto di oggi. Il Belvedere del Plus Florence, affacciato sulla città del Rinascimento, diventa per una sera il luogo in cui un’arte di confine riceve la sua consacrazione. E la scultura di Mario Cretì sta lì, ferma e vibrante, a dimostrare che una forma vale finché continua a insistere.

Lorcanari Zagliza
Critico e saggista