Lo schema e il dominio: Sei tesi sulla coscienza e la libertà

Prima di leggere

Chi frequenta queste pagine conosce già una convinzione che attraversa tutta la ricerca di Mario Cretì: un’opera non vale per la materia che la compone, ma per la realtà che attraverso quella materia riesce a rendere presente.

Un glifo non è soltanto un segno.

Una pietra non è soltanto un conglomerato.

Una superficie non è soltanto superficie.

Ogni volta la domanda è la stessa: che cosa si manifesta attraverso ciò che vediamo?

Il saggio che segue nasce dalla medesima domanda, affrontata con strumenti completamente diversi. Non parte dalla pittura, ma dall’informatica, dalla filosofia della scienza e dalla fisica contemporanea. Eppure percorre una strada sorprendentemente vicina.

Se l’arte cerca una grammatica capace di custodire il senso senza esaurirlo, questo lavoro prova a chiedersi se lo stesso rapporto non attraversi l’intera realtà: se ogni schema rimandi a un dominio che lo precede e lo rende possibile.

Non è un testo di estetica.

È un tentativo di interrogare, sul piano filosofico, la medesima questione che l’opera di Mario Cretì pone da anni sul piano artistico.

Il lettore deciderà se le due strade, giunte alla fine del percorso, conducono davvero allo stesso orizzonte.

LO SCHEMA E IL DOMINIO

Sei tesi sulla coscienza e la libertà

«esse, nosse, velle»

— Agostino, Confessioni, XIII, 11

Quarta di copertina

Due fatti precedono ogni teoria: qualcosa appare, qualcuno sceglie. Questo trattato li mette in trono e domanda che posto abbiano nel mondo. Lo strumento arriva da un’officina inconsueta — quella di chi costruisce sistemi informativi per mestiere — e si lascia enunciare in una riga: il dominio genera lo schema; lo schema custodisce il dominio e mai lo genera. Puntato sulla fisica, lo strumento restituisce un ritratto rispettoso e spiazzante: il registro più esatto mai scritto, muto per progetto proprio sui due fatti. Di qui la scommessa, giocata a carte scoperte: la stoffa del mondo appartiene alla stessa specie dell’esperire e dello scegliere. Tre stranezze quantistiche — la privatezza degli stati, l’imprevedibilità dei singoli esiti, l’olismo dei sistemi legati — vengono convertite in attese; sei debiti vengono iscritti a registro, con nome e cognome dei creditori. Nessun potere promesso, nessuno slogan: un programma d’interpretazione, e un lettore promosso a revisore dei conti.

 

Tesi I — I due fatti

Prima di ogni teoria stanno due fatti: qualcosa appare, e qualcuno sceglie.

Il lettore tenga d’occhio ciò che sta accadendo in questo preciso istante. Delle lettere nere si stagliano su un fondo chiaro; una riga si consegna allo sguardo, la successiva preme già ai margini dell’attenzione. Questo apparire — il nero che è nero per qualcuno, la riga che si dà a un punto di vista — è il primo fatto. E mentre l’apparire accade, un secondo evento gli cammina accanto, silenzioso: il lettore sta decidendo se proseguire. Può posare il foglio, saltare alla fine, rileggere daccapo; tra un attimo avrà fatto una di queste cose, e l’avrà fatta lui. Questo è il secondo fatto. Ogni laboratorio del mondo esige strumenti, finanziamenti, attese; l’esperimento che fonda questo saggio è già in corso, gratuito, e il lettore ne è insieme l’apparato e il risultato. Chiameremo i due fatti con i loro verbi: esperire e scegliere.

La loro posizione nell’edificio del sapere è singolare: stanno alla porta, e tutto passa di lì. Gli atomi ci sono noti attraverso letture di strumenti, e ogni lettura termina in un apparire — una lancetta vista, un numero letto, un grafico compreso. Le equazioni ci sono note attraverso comprensioni, e ogni comprensione è un evento vissuto in prima persona, con la sua piccola luce quando arriva e il suo attrito quando resiste. Perfino il cervello, candidato abituale a spiegare ogni cosa, ci è noto per la stessa via: immagini di risonanza che appaiono, tracciati che qualcuno interpreta, articoli che qualcuno sceglie di credere. La dogana è una sola, e i due fatti la presidiano. Chi volesse dubitarne trova la porta chiusa dall’interno: dubitare è esperire il dubbio e scegliere di coltivarlo. Il dubbio, puntato contro i due fatti, li esegue.

La scoperta ha un pedigree più antico di quanto insegnino i manuali. I manuali assegnano il primato a Cartesio e al suo cogito; undici secoli prima, Agostino aveva già percorso il sentiero e lasciato una formula più asciutta: si fallor, sum — se mi inganno, sono.[1]

L’inganno stesso attesta l’ingannato; nessuno scetticismo scende tanto in fondo da cancellare colui che lo patisce. E nelle Confessioni il vescovo d’Ippona affila la scoperta in una triade che pare scritta per questo saggio: esse, nosse, velle — essere, conoscere, volere.[2]

Sono, so di essere, voglio essere e sapere: tre atti che si reggono l’un l’altro, e due dei tre coincidono con i nostri fatti. Il conoscere è l’esperire portato a maturazione; il volere è lo scegliere colto alla radice. La modernità ha trattenuto della triade quasi soltanto il secondo membro — il cogito, il teatro della mente — e ha lasciato cadere il velle, con conseguenze che le prossime tesi metteranno in conto. Agostino teneva i due fatti per mano; conviene imitarlo.

Occorre subito fissare che cosa questa prima tesi afferma e che cosa rinvia. Afferma i due fatti in quanto dati: eventi attestati in prima persona, qui e ora, con un grado di certezza che nessuna teoria potrà superare, perché ogni teoria verrà creduta o respinta proprio attraverso di loro. Rinvia invece ogni estensione: che l’esperire e lo scegliere siano proprietà fondamentali dell’universo intero, anteriori alla materia e allo spazio-tempo, è una scommessa ontologica, e verrà dichiarata quale scommessa a suo tempo, alla quinta tesi, con tanto di registro dei debiti. La distinzione tra il dato e la scommessa è l’igiene dell’intero percorso. Il dato è indicale: vale per chi lo vive, nell’istante in cui lo vive, e lì è granitico. La scommessa è cosmologica: si giudica dai frutti, e i frutti andranno contati uno per uno. Un saggio onesto mette il dato in trono subito e tiene la corona della scommessa in una teca, bene in vista, fino al momento di giocarla.

I due fatti possiedono infine una proprietà curiosa, che la prossima tesi porterà in piena luce: resistono alla trascrizione. Ogni descrizione dell’apparire è, a sua volta, qualcosa che appare; ogni resoconto dello scegliere viene letto da qualcuno che sta scegliendo se credergli. Provano a entrare nei simboli e ne escono dalla porta di servizio, intatti, un passo dietro ogni frase che li insegue. Chi scrive queste righe ne ha la dimostrazione più domestica davanti agli occhi: il cursore che lampeggia in fondo alla riga, quel piccolo battito verticale che i costruttori di macchine hanno posto a segnare il punto esatto in cui il testo finisce e l’attesa comincia. Da una parte i simboli già scritti, ordinati e muti; dall’altra ciò che ancora deve essere visto e voluto. Il cursore lampeggia; qualcuno, davanti, decide.

 

Tesi II — I due fatti e la trascrizione

Dell’esperire i simboli perdono l’effetto che fa; dello scegliere perdono l’atto che li afferma.

La tesi precedente ha lasciato i due fatti sulla soglia dei simboli; questa li osserva mentre provano a varcarla. Che cosa sa fare, una descrizione? Sa fissare strutture: differenze, rapporti, posizioni, quantità. Dica il lettore «450 nanometri» e avrà consegnato del blu tutto ciò che si lascia misurare; dica «più corto del rosso, più lungo del violetto» e ne avrà dato la posizione nel reticolo. Le descrizioni sono reti di relazioni, e le reti trattengono ciò che ha forma di relazione. La domanda di questa tesi è se i due fatti abbiano soltanto forma di relazione. La risposta, per entrambi, passa da un esperimento mentale che ha fatto scuola e da un frammento greco che monta la guardia da ventitré secoli.

Il primo esperimento porta un nome di donna e una data, 1982.[3]

Frank Jackson immaginò Mary, neuroscienziata suprema, cresciuta e istruita in una stanza in bianco e nero. Dentro quella stanza Mary ha imparato tutto ciò che la scienza fisica può dire sul colore: lunghezze d’onda, coni retinici, aree corticali, statistiche d’uso della parola «rosso» in ogni lingua del pianeta. Il suo sapere strutturale è completo per ipotesi: ogni relazione, ogni numero, ogni mappa. Un giorno la porta si apre e Mary esce nel giardino; un papavero le arriva addosso con il suo rosso. In quell’istante Mary impara qualcosa — che effetto fa, il rosso — e se impara qualcosa, allora il catalogo completo delle strutture lasciava fuori un contenuto.

Thomas Nagel aveva già battezzato quel resto, chiedendosi che effetto faccia essere un pipistrello: l’effetto che fa è la voce che i simboli, per costituzione, pronunciano a vuoto.[4]

La replica più seria dirà che Mary guadagna abilità nuove anziché fatti nuovi; il registro dei debiti, alla sesta tesi, le riserverà lo spazio dovuto. Qui basta il punto fermo: la stanza conteneva tutte le relazioni, il giardino conteneva anche altro.

Il secondo fatto ha un custode più antico. Tra le sentenze di Epicuro conservate in un codice vaticano, la quarantesima fulmina in due righe chi dichiara che ogni cosa accade per necessità: costui, osserva il filosofo, deve ammettere che anche la sua dichiarazione accade per necessità, e che per necessità accade il dissenso di chi lo contraddice. A quel punto il dibattito è defunto: restano due processi fisici che si urtano, e rimproverare l’avversario equivale a rimproverare la grandine.[5]

L’argomento va maneggiato con precisione, perché mostra una tensione anziché una dimostrazione. Chi nega lo scegliere può restare coerente pagando il prezzo intero: rinunciare a trattare la propria tesi quale esito di ragioni soppesate, e accettare che l’atto di asserirla sia un sintomo tra i sintomi. Il prezzo, a conti fatti, viene pagato da pochissimi. La pratica universale degli umani — promettere, ringraziare, accusare, perdonare, firmare — presuppone a ogni riga il secondo fatto; perfino il determinista, colto il portafoglio rubato, cerca il ladro e trascura la gravitazione. Le teorie si professano a parole; si confessano nei gesti.

I due fatti condividono dunque la medesima via di fuga, ed è una via che gira su sé stessa. La descrizione dell’apparire è a sua volta un apparire: chi la legge la vede, e nel vederla riproduce intatto ciò che la descrizione voleva catturare. La confutazione dello scegliere è a sua volta offerta a qualcuno perché la scelga: l’argomento arriva sul tavolo del giudice che pretende di destituire. Nella prima tesi la porta risultava chiusa dall’interno; ora conosciamo il nome tecnico dei due chiavistelli. Dell’esperire, i simboli trattengono la struttura e perdono l’effetto che fa.

Dello scegliere, trattengono il resoconto e perdono l’imputabilità: quel tratto per cui l’atto è di qualcuno, ascrivibile, firmato dall’interno. Struttura senza effetto, resoconto senza firma: ecco che cosa resta nel setaccio quando i due fatti lo attraversano.

Fissato il residuo, occorre lo strumento per misurarlo con esattezza: che cosa sia uno schema, che cosa un dominio, e in quale verso l’uno generi l’altro. La prossima tesi apre l’officina e lo mostra su materiali quotidiani, tabelle e alfieri. Prima di lasciare la stanza di Mary, il lettore noti però un dettaglio d’arredo. Alla parete era appesa una fotografia in bianco e nero di un papavero: esatta in ogni proporzione, fedele in ogni rapporto di grigio, perfetta. Il papavero del giardino era un’altra cosa. Tra la fotografia e il fiore corre l’intera distanza che questo saggio sta imparando a misurare.

 

Tesi III — Lo strumento

Il dominio genera lo schema; lo schema custodisce il dominio e mai lo genera.

L’officina apre alle ventitré, l’ora in cui i sistemi ereditati raccontano la verità. Sul monitor c’è un archivio arrivato da un decennio fa, privo di chi lo scrisse e privo di documenti: tabelle regolari, indici in ordine, una colonna che si chiama stato e contiene i valori 1, 2 e 3. Lo schema risponde a ogni interrogazione con precisione impeccabile: quante pratiche stanno in 2, da quanto tempo, con quali importi.

A una sola domanda oppone il silenzio: perché da 3 il ritorno a 1 è proibito. Il divieto governa da anni il comportamento dell’intera applicazione, eppure nelle tabelle è assente: abitava nelle teste di chi progettò il sistema, nei verbali di riunioni disciolte, in un contratto che nessuno allega più. Chi deve ritrovarlo lo importa da fuori — interviste, deduzioni, prove sul campo — con un lavoro che ha un nome preciso e una fine incerta: ingegneria all’inverso. Lo schema è completo e muto. La sua completezza è vera; il suo mutismo, pure.

Diamo nomi stabili alle due sponde. Chiamiamo schema ogni struttura simbolica che registra e vincola: tabelle, notazioni, spartiti, equazioni, regolamenti scritti. Chiamiamo dominio la trama di significati, invarianti e scopi che lo schema serializza: ciò per cui le tabelle esistono e da cui prendono forma. Un esempio da tavolo mostra la coppia al lavoro. Dell’alfiere si può dare una descrizione fisica esaustiva — legno di bosso, vernice, undici grammi, coordinate sulla scacchiera — e in quella descrizione, per quanto raffinata, la diagonale resta introvabile.

La diagonale abita la regola, e la regola abita la pratica dei giocatori: è il dominio degli scacchi a spiegare perché quel legno si muova così, ed è impensabile il percorso contrario, dal bosso alla regola. Le spiegazioni hanno un verso, al pari dei fiumi: risalirli è possibile, a fatica, e la sorgente resta comunque in alto.

Chi costruisce sistemi per mestiere conosce l’asimmetria per esperienza quotidiana, e da vent’anni la trova perfino codificata. Eric Evans ha insegnato a un’intera generazione di progettisti a partire dal dominio: prima il modello dei concetti e delle loro leggi, discusso con gli esperti in un linguaggio condiviso parola per parola, e poi lo schema dei dati quale proiezione del modello, sua ombra ordinata.[6]

La pratica dà alla dottrina una verifica che ha del liturgico: le migrazioni. Ogni mattina, in migliaia di officine, il dominio rigenera lo schema — una regola cambia, e una procedura riscrive tabelle, colonne, vincoli. Il tragitto opposto è sconosciuto agli annali: nessuno schema, lasciato solo, ha mai rigenerato il proprio dominio. Quando il dominio va perduto, lo si reimporta dall’esterno, a caro prezzo; le tabelle, interrogate, restituiscono soltanto tabelle. L’asimmetria generativa è la legge dell’officina: dal dominio allo schema corre una strada maestra battuta ogni giorno; dallo schema al dominio esiste soltanto il soccorso esterno.

La legge ha ricevuto, dall’interno del mestiere, perfino il suo vocabolario metafisico. Nel 1986 Frederick Brooks, l’uomo che aveva diretto il più grande progetto software dell’epoca, distinse le difficoltà essenziali della costruzione di sistemi dalle difficoltà accidentali: essenziale è il costrutto concettuale — le entità, le loro leggi, i loro scopi —, accidentale è ogni sua rappresentazione in linguaggi, strumenti, tabelle. I progressi tecnici, profetizzò, avrebbero divorato gli accidenti e lasciato intatta l’essenza; quarant’anni di conferme gli hanno dato ragione con gli interessi.[7]

Il lettore gusti il dettaglio della vicenda: essenza e accidente, coppia forgiata da Aristotele e pensionata dai manuali di filosofia, rientra in servizio attivo dal reparto informatico, con tanto di dati a supporto. Le parole antiche tornano quando il lavoro le richiama.

Resta da sbarrare l’ultima uscita di sicurezza: l’idea che il mutismo dello schema sia questione di grana, e che simboli abbastanza fitti finirebbero per contenere il dominio. A questa speranza Borges ha dedicato il più breve dei necrologi. In un impero votato al rigore, racconta, i cartografi portarono la mappa alla scala definitiva: uno a uno, punto per punto coincidente con il territorio. Le generazioni seguenti la giudicarono inservibile e la abbandonarono ai soli e agli inverni; nei deserti, chiude il racconto, ne perdurano rovine abitate da animali e da mendichi.[8]

La morale è chirurgica: perfino alla completezza assoluta, la mappa resta mappa. Il difetto dello schema davanti al dominio è di specie; nessuna finezza di grana lo colma, perché infittire i simboli produce simboli.

Lo strumento è pronto, e conviene ripeterne l’iscrizione prima di portarlo fuori: il dominio genera lo schema; lo schema custodisce il dominio e mai lo genera. Due corollari lo accompagnano. Primo: uno schema può essere insieme completo e muto, e il mutismo lascia intatta la completezza — la colonna stato funzionava benissimo. Secondo: il residuo che lo schema perde porta già i nomi trovati alla seconda tesi, l’effetto che fa e l’imputabilità; sono esattamente le voci che nessuna tabella ha mai restituito. La prossima tesi punta lo strumento sull’oggetto più grande disponibile: lo schema più riuscito, più esatto e più glorioso che la specie abbia mai scritto — la fisica matematica — per domandargli, con tutto il rispetto dovuto ai capolavori, di quale dominio sia la serializzazione. A mezzanotte, intanto, l’alfiere torna nella scatola: legno tra legni, undici grammi in fila con gli altri. La diagonale dorme altrove, e domattina passerà a riprenderlo.

 

Tesi IV — La fisica è lo schema del mondo

La fisica è lo schema del mondo: la sua esattezza e il suo silenzio nascono dalla stessa scelta.

Nel 1623 un libro di polemica astronomica contiene, quasi di passaggio, la più grande decisione di progetto della storia della conoscenza. Nel Saggiatore Galileo stabilisce quali colonne il registro del mondo dovrà avere: figure, grandezze, numeri, movimenti — ciò che si lascia misurare entra; sapori, odori, colori e suoni restano fuori, degradati a «puri nomi», residenti nel corpo che sente anziché nelle cose.[9]

È, con vocabolario d’officina, una scelta di serializzazione: si definisce il tracciato record e si scarta il resto in fase di caricamento. Va detto subito, e con gratitudine: fu il tracciato più fecondo mai disegnato. Su quelle colonne l’Occidente ha costruito il calcolo, la meccanica, l’elettromagnetismo, i ponti, i vaccini e gli schermi su cui queste righe appaiono. La decisione era giusta; l’equivoco che seguì riguarda il modo di leggerla.

Trecento anni dopo, due inglesi lessero le clausole in piccolo del contratto. Bertrand Russell, nel 1927, mise a nudo lo statuto del registro: la fisica cattura la struttura del mondo — relazioni, rapporti, forme d’ordine — e tace per costituzione sulla natura intrinseca di ciò che sta dentro le relazioni. La fisica è matematica, annotava con understatement da lord, per la povertà di ciò che le riesce di afferrare, più che per onniscienza.[10]

Nello stesso giro di mesi Arthur Eddington apriva le sue lezioni con la scena delle due scrivanie. La prima è quella familiare: estesa, colorata, solida, ci si appoggiano i gomiti. La seconda è quella scientifica: quasi tutta vuoto, cariche elettriche sparse che si respingono, nessun colore, nessuna solidità di diritto. Eddington scrive appoggiato a entrambe, e soltanto la seconda figura nei registri della fisica. Le due scrivanie stanno nella stessa stanza al modo in cui il dominio e lo schema stanno nello stesso mondo: la prima è la presentazione in prima persona, la seconda la voce d’inventario. Chi scambia l’inventario per la stanza, aggiungiamo noi, finirà per cercarvi i gomiti.[11]

Al registro, prima di interrogarlo, vanno resi gli onori. Eugene Wigner ha dedicato un saggio celebre all’«irragionevole efficacia» della matematica nelle scienze naturali, e l’aggettivo è guadagnato: lo schema del mondo prevede il momento magnetico dell’elettrone con una dozzina di cifre esatte, concordi tra calcolo e misura — la profezia più precisa che la specie abbia mai formulato e verificato.[12]

Nessuna pagina di questo trattato intende sminuire un simile capolavoro; il capolavoro è la premessa dell’argomento, altro che il suo bersaglio. L’efficacia va però annotata due volte nel libro mastro. Qui figura tra le glorie: lo schema funziona oltre ogni ragionevole aspettativa. Alla sesta tesi tornerà tra i debiti: qualunque ontologia vinca la gara dovrà spiegare perché il registro del mondo sia così spaventosamente regolare, comprimibile, prevedibile. Le glorie, in contabilità seria, generano interessi.

L’equivoco entra in scena con una promozione indebita. A un certo punto della modernità lo schema venne promosso a dominio: le colonne di Galileo cessarono di essere il tracciato scelto e divennero, per decreto filosofico, l’inventario esaustivo dell’essere — ciò che sta fuori dalle tabelle sta fuori dal mondo. È la cosmologia che l’officina chiamerebbe database-first: si parte dal registro e si pretende di ricavarne la stanza. L’esito era prevedibile con quattro secoli d’anticipo, e infatti porta un nome e una data. Dopo un’ingegneria all’inverso condotta lungo l’intero tracciato galileiano — neuroni mappati, sinapsi contate, correlati d’ogni sorta — l’interrogazione sul primo dei nostri fatti torna vuota: nelle tabelle, l’effetto che fa risulta introvabile. David Chalmers, nel 1995, ha battezzato il vuoto «problema difficile della coscienza».[13]

Il tracciato record lo aveva messo in calendario fin dal 1623: la colonna era stata scartata in fase di caricamento, e nessuna scansione del magazzino restituirà mai ciò che il caricatore ha lasciato al molo. L’assenza documenta il registro; la cosa resta intatta. Donald Hoffman ha condensato la morale in un’immagine da scrivania: percepiamo icone, e le icone rimandano ai file senza somigliargli.[14]

Il bilancio della tesi è dunque doppio, e su entrambe le voci conviene la massima nettezza. Primo: la fisica esce da questo esame più onorata di prima — schema supremo, esatto fino alla dodicesima cifra, muto esattamente nei punti in cui il suo statuto prescrive il silenzio. Secondo: la domanda che lo strumento autorizza resta aperta e diventa urgente — di quale dominio la fisica è lo schema? Due risposte contendono il campo.

La prima: di nessuno; lo schema basta a sé stesso, le relazioni reggono senza relata, la mappa è il territorio.

La seconda: di un dominio che ciascuno conosce già per via diretta, prima d’ogni tabella — l’esperire e lo scegliere della prima tesi. La quinta tesi apre la teca e gioca la corona sulla seconda risposta, con le regole d’ingaggio già annunciate: attese anziché prove, frutti contati, debiti a registro. Intanto, chi passa di notte dal magazzino del mondo trovi un momento per il molo. Le colonne scartate nel 1623 continuano ad arrivarci a ogni istante: un sapore di caffè, un rosso di papavero, una fitta, una gioia. Gli scaffali, per statuto, rifiutano il carico. Il molo, ogni mattina, è di nuovo pieno.

 

Tesi V — La scommessa

Il dominio di cui la fisica è schema appartiene alla stessa specie dei due fatti.

La teca si apre. La scommessa, enunciata senza giri: il dominio di cui la fisica è lo schema appartiene alla stessa specie dei due fatti — ciò che le equazioni registrano dall’esterno è, dall’interno, parente dell’esperire e dello scegliere. La formula va presa con le pinze che merita. «Stessa specie» indica parentela di natura, con gradi liberi di degradare fino all’infinitesimo: nessun elettrone medita, nessun campo scrive trattati; la scommessa riguarda la stoffa, il grado resta libero di scalare.

L’idea vanta un albero genealogico rispettabile — le monadi di Leibniz, gli organismi elementari di Whitehead, il monismo che oggi porta il nome di Russell — e qui viene giocata con le regole d’ingaggio fissate fin dalla prima tesi: attese anziché prove, frutti contati uno per uno, debiti a registro nella pagina che segue. Chi scommette onestamente dichiara anche il tipo di gioco: questa è una scommessa d’interpretazione, e si giudica dalla resa.[15]

Il criterio di resa è quello che ogni officina applica alle proprie ipotesi: un’ontologia frutta quando converte stranezze in attese — quando fatti che nel quadro rivale restano bruti, nel suo diventano prevedibili a priori. Il banco di prova va scelto nel punto più duro, e il punto più duro dello schema del mondo ha un indirizzo preciso: le tre voci più strane del registro quantistico, certificate da teoremi e, dal 2022, perfino da un Nobel.

Sono tre proprietà che un mondo database-first avrebbe ogni motivo di rifiutare, e che il mondo reale esibisce con ostinazione: gli stati sono privati e vietato copiarli; i singoli esiti sono imprevedibili per principio; i sistemi legati formano interi privi di parti autonome. Tre anomalie in un quadro, tre attese nell’altro. Contiamo.

Prima voce: la privatezza. Lo stato quantistico di un sistema singolo è inaccessibile dall’esterno — nessuna misura, su una copia sola, lo rivela per intero — e la copia stessa è proibita: il teorema che vieta la clonazione, dimostrato nel 1982 da Wootters e Zurek, sta nei manuali con rango di legge.[16]

In un universo fatto di pura informazione tabellare la proibizione suona assurda: l’informazione classica si copia gratis, all’infinito, ed è anzi questa la sua gloria industriale. Sotto la scommessa, la proibizione era attesa alla lettera: se la natura intrinseca degli stati è parente dell’esperire, allora ogni stato è un dentro — e i dentro, lo sappiamo dalla seconda tesi, si trasferiscono soltanto traducendosi in simboli, cioè perdendosi.

Mary possedeva ogni tabella sul rosso e il rosso le mancava; il fisico possiede ogni statistica sullo stato e lo stato singolo gli sfugge. La struttura è identica, e sotto la scommessa smette di essere coincidenza: il divieto di clonazione è la privatezza dell’interiorità vista dalla colonna dei teoremi.

Seconda voce: l’imprevedibilità. Il singolo esito quantistico è fuori portata per qualunque calcolo: la legge governa le frequenze, tace sull’evento. Per decenni si è sperato in colonne nascoste — variabili locali sotto il tracciato, che avrebbero restituito al singolo evento la sua causa tabellare — e la speranza è stata falsificata con eleganza crescente: la disuguaglianza di Bell, i test senza scappatoie del 2015, il Nobel del 2022 ad Aspect, Clauser e Zeilinger hanno chiuso la porta principale; le uscite laterali superstiti, esotiche e costose, avranno il loro rigo nel registro.[17]

Nel quadro rivale resta dunque un dado fondamentale, un caso bruto murato alla base dell’edificio. Sotto la scommessa, l’anomalia cambia faccia: così appare la libertà a chi la guarda da fuori. Il singolo atto libero è imprevedibile per costituzione; la popolazione degli atti obbedisce a propensioni stabili — qualunque assicuratore lo firma. Un mondo il cui dominio include lo scegliere dovrebbe mostrare, in colonna, esattamente questo profilo: statistiche sovrane, eventi singoli insindacabili. Lo mostra. L’attesa, si badi, resta attesa: nessuno ha dimostrato volontà nei quanti; si è dimostrato che il profilo del registro coincide con quello che la libertà proietterebbe.

Terza voce: l’olismo. Due sistemi legati — la parola italiana rende a fatica l’entanglement — formano un intero il cui stato è definito mentre gli stati delle parti, prese da sole, restano indefiniti: le correlazioni eccedono ogni assegnazione locale, e il tutto precede i pezzi con priorità di diritto. Schrödinger, che coniò il termine nel 1935, lo dichiarò «il tratto caratteristico» dell’intera meccanica quantistica: la firma della ditta, apposta sull’angolo del registro.[18]

Per la cosmologia delle tabelle è la voce più imbarazzante di tutte: righe i cui valori esistono soltanto congiuntamente contraddicono l’idea stessa di cella. Sotto la scommessa, la firma era in preventivo: l’esperire è olistico per natura. Ogni momento di coscienza è uno e contiene molti — il rosso, il profumo, il ricordo, l’intenzione, fusi in un solo presente privo di cuciture; nessuno esperisce a rate. Se la stoffa del mondo è di questa specie, l’intero che precede le parti è la regola di casa, e l’entanglement ne è la voce d’inventario.

Resta da giurare, a scanso d’equivoci, ciò che la scommessa rifiuta di promettere. Rifiuta poteri: nessuna intenzione piega gli esiti, nessuna mente comanda ai dadi; le statistiche restano sovrane e la dodicesima cifra resta dodicesima. Rifiuta slogan: «la coscienza crea la realtà» è formula da bancarella, e la scommessa dice altro — dice che ciò che la realtà registra ha un dentro, e che il dentro è della specie che ciascuno conosce da prima colazione. Rifiuta perfino il titolo di teoria scientifica: è un programma d’interpretazione, e chiede di essere giudicato alla maniera dei programmi — dalla resa, dalla coerenza, dal rapporto tra anomalie convertite e ipotesi acquistate. Tre conversioni sono in cassa; il prezzo va ancora pagato. Il libro mastro resta aperto sulla pagina sinistra, quella dei frutti; la destra, quella dei debiti, si scrive domattina, e sarà la pagina più sorvegliata dell’intero trattato. Le corone, una volta giocate, si difendono così: tenendo i conti meglio dei propri creditori.

 

Tesi VI — Il registro dei debiti

La corona vale quanto i conti che la difendono: ecco la pagina dei debiti, scritta per esteso.

Un programma d’interpretazione che nasconde i propri costi è merce da bancarella con la copertina buona. Questo trattato preferisce chiudere alla maniera dei revisori: pagina destra, voci in colonna, importi in chiaro. I debiti sono sei — due gravano sui fatti di partenza, uno sulla seconda conversione, uno è capitale, uno riguarda la gloria stessa dello schema, uno è metodologico — e a ciascuno spettano il rigo, la replica in bozza e il verdetto onesto.

Primo rigo: la stanza di Mary ha una controporta. David Lewis e Laurence Nemirow hanno sostenuto che, uscendo in giardino, Mary guadagna abilità anziché fatti: sa ora riconoscere, immaginare, ricordare il rosso — un saper-fare nuovo, e nessuna proposizione nuova.[19]

Il colpo più elegante, va registrato con ammirazione, lo inferse l’autore in persona: Frank Jackson, decenni dopo, cambiò campo e sconfessò il proprio argomento.[20]

La replica in bozza: perfino nella lettura delle abilità qualcosa arriva a Mary che nessuna tabella le aveva consegnato, e il saper-fare acquisito ha per oggetto proprio l’effetto che fa; la controporta sposta il residuo di stanza, senza dissolverlo. Verdetto: aperto, con il residuo vivo e la disputa pure.

Secondo rigo: la sentenza vaticana ha avversari di rango. La tradizione compatibilista — da Hobbes e Hume fino a Frankfurt e Dennett — risponde che soppesare ragioni è a sua volta un processo causale, e che una scelta è libera quando nasce dal vaglio anziché dalla coercizione: nessuna eccezione alle leggi, nessun collasso del dibattito.

La tensione di Epicuro, in questa lettura, mostra il prezzo di un certo determinismo sbrigativo e lascia in piedi i determinismi accorti.[21]

La replica in bozza: il vaglio compatibilista custodisce l’imputabilità giuridica e lascia scoperta quella metafisica — l’atto resta firmato dal processo, il chi si assottiglia. Verdetto: aperto; il secondo fatto regge quale dato vissuto, la sua lettura libertaria resta in causa.

Terzo rigo: la porta chiusa da Bell ha tre uscite laterali, ciascuna con il suo pedaggio. La meccanica di Bohm salva le colonne nascoste al prezzo della nonlocalità nuda, con un ordine di simultaneità privilegiato che la relatività guarda storto.[22]

Il superdeterminismo salva la necessità al prezzo dell’indipendenza degli esperimenti: le scelte degli sperimentatori risultano orchestrate dall’inizio dei tempi, e con loro vacilla il metodo che dovrebbe decidere. I molti mondi salvano l’equazione al prezzo degli esiti: ogni alternativa accade, il singolo evento sparisce dall’inventario, e con lui la nostra seconda conversione cambia natura.[23]

Il debito va scritto senza sconti: quella conversione è relativa all’interpretazione, e vale per chi tiene gli esiti singoli per reali. Verdetto: aperto per costituzione, in buona compagnia — sul punto, la fisica intera è a registro.

Quarto rigo, e capitale: la combinazione. William James lo sollevò contro le teorie della polvere mentale: si prendano cento piccole esperienze e si mettano in fila — ne risulterà una collezione, e la collezione resta collezione; per quale via cento dentro farebbero un solo dentro, il mio? È il debito più pesante di ogni scommessa sulla stoffa esperiente, e questo trattato lo iscrive a caratteri pieni.[24]

La replica in bozza viene dalla terza voce dell’attivo: se l’entanglement insegna che gli interi precedono le parti, il problema potrebbe correre all’incontrario — da scomporre anziché da comporre, con le coscienze singole quali restringimenti di un olismo previo. È una direzione, e una direzione ha lo statuto della freccia: indica, senza percorrere. Verdetto: aperto, e sorvegliato speciale.

Quinto rigo: la gloria che genera interessi. Se la stoffa del dominio è parente dello scegliere, la regolarità spaventosa del registro esige spiegazione: perché le propensioni sono così stabili da fruttare dodici cifre? Il quadro rivale incassa qui il suo punto migliore: la necessità spiega la regolarità gratis. La replica in bozza ha un padrino americano: Charles Sanders Peirce propose di leggere la materia quale mente consolidata dall’abitudine — la legge fisica in veste di consuetudine antichissima, propensione irrigidita dal tempo.[25]

Suggestione feconda e speculativa in pari misura; a registro. Sesto rigo, metodologico: alfieri e tabelle sono convenzioni umane, e i loro domini sono fatti da menti. L’argomento dell’officina è dunque una proporzione dichiarata — lo schema sta al dominio, nell’esperienza di chi costruisce, così la fisica starebbe al suo dominio — e le proporzioni autorizzano ipotesi, mai dimostrazioni. Chi l’avesse letta da prova, la rilegga da candela: fa luce, senza reggere il tetto.

Il giudice, infine, e la sua istruzione. Imre Lakatos insegnò a valutare i programmi di ricerca dal loro andamento: progressivi quando convertono anomalie in attese e in previsioni nuove, degenerativi quando rattoppano ad hoc ogni smentita.[26]

Il criterio si lascia scrivere in cifra d’officina: tasso di conversione — anomalie trasformate al numeratore, ipotesi acquistate al denominatore. Il bilancio di questo trattato è depositato: tre frutti nell’attivo, sei debiti al passivo, corona giocata a carte scoperte. Il libro passa ora al lettore, unico revisore con giurisdizione: i conti, d’ora in avanti, li tiene lui.

Coda

Resta l’ultima riga, e appartiene a un altro registro. Tutto il trattato ha ripetuto una sola frase in sei accenti: ogni schema presuppone un dominio che lo precede. La scala, percorsa fino in cima, lascia una domanda sull’ultimo gradino: quale dominio precede tutti gli schemi? La tradizione che ha custodito l’Occidente rispose con la riga d’apertura più celebre mai scritta: in principio era il Verbo.[27]

Una Parola, dunque — significato allo stato sorgivo —; le tabelle sono venute dopo, e sono venute bene. Qui il trattato tace, perché il suo strumento arriva fin sulla soglia, e la soglia esige altri passi. Il lettore è giunto in fondo; l’esperimento della prima tesi, intanto, è ancora in corso. In fondo alla pagina il cursore lampeggia, paziente, tra i simboli già scritti e ciò che ancora deve essere visto e voluto. Lampeggia; qualcuno, davanti, decide.

Epilogo

Un congedo d’officina, a lume basso. Questo trattato è stato costruito alla maniera dei sistemi che ne hanno ispirato lo strumento: prima il dominio — i due fatti, discussi finché il linguaggio è diventato comune —, poi lo schema delle sei tesi, ciascuna una migrazione che riscrive la precedente senza tradirla; i debiti, in coda, fanno da collaudo. Al lettore spetta l’ultima fase del ciclo, quella che nessun autore può eseguire da sé: la revisione.

Prenda la candela, la avvicini alle giunture, segni a margine ciò che regge e ciò che scricchiola; il tasso di conversione si calcola così, una lettura alla volta. E se, chiuso il fascicolo, gli capiterà di sorprendersi a guardare il piccolo battito verticale in fondo a un suo schermo, sappia che il trattato ha funzionato: il cursore, adesso, lampeggia dalla sua parte.

Appendice. I quesiti del revisore

L’Epilogo prometteva un lettore promosso a revisore; il revisore ha già bussato tre volte, e ogni colpo merita registro. Il primo quesito chiede conto della parola più usata e meno definita del trattato. Il secondo domanda con quale diritto un esperimento mentale possa convalidare una tesi. Il terzo è arrivato in forma di riassunto da collaudare, e tocca il rischio più temuto: l’idealismo. Questa appendice risponde a tutti e tre con gli attrezzi già in tavola: nessun concetto nuovo, soltanto viti serrate.

Quesito primo. Che cos’è, esattamente, l’apparire delle lettere?

La domanda contiene una trappola gentile, e conviene mostrarla subito. Definire è confezionare simboli: genere prossimo, differenza specifica, un reticolo di predicati. La seconda e la terza tesi hanno stabilito che i simboli trattengono struttura; l’apparire è, per l’esattezza, ciò che dell’esperire eccede la struttura. Una definizione classica dell’apparire è dunque impossibile per ragioni di principio, e l’impossibilità è la prima informazione seria che possediamo sul suo conto: ciò che si lascia definire per predicati sta già tutto dalla parte dello schema.

Restano due vie oneste, e vanno percorse entrambe. La prima è la definizione per indicazione: l’apparire si mostra anziché descriversi. Eccolo: il fatto che, in questo istante, queste lettere sono presenti a te — il loro esserci-per-qualcuno, la loro datità in prima persona. Chi legge possiede il definiendum per intero prima di ogni definiens; la parola gli serve da dito puntato, e il dito compie tutto il lavoro che i predicati rifiutano.

La seconda via è il profilo formale: dell’apparire, la struttura possiamo dirla, ed è già molto. È prospettico: si dà sempre da un punto di vista, il tuo. È presente: accade adesso, con un adesso che nessun orologio contiene. È unitario: le lettere, la pagina, la stanza intorno e il pensiero di sottofondo arrivano in un solo campo privo di giunture. È qualitativo: il nero fa l’effetto-nero, e l’effetto è la sostanza della faccenda. È immediato: nessuna inferenza lo precede; le conclusioni vengono dopo, lui arriva prima. È intrasferibile: chiuso a chiave dall’interno, con il chiavistello censito alla seconda tesi.

Giova anche dire che cosa l’apparire rifiuta di essere. È altro dallo stimolo: fotoni e inchiostro stanno nello schema del mondo, colonne regolarissime. È altro dal correlato: le scariche nella corteccia visiva accompagnano l’apparire e abitano anch’esse le tabelle. È altro dal giudizio: la credenza «ci sono lettere» arriva un passo dopo, già vestita di concetti. L’apparire è il gradino prima di tutti questi: la presenza nuda, sulla quale stimoli, correlati e giudizi verranno poi mappati da scienziati e filosofi.

La situazione ha un precedente illustre e consolante. Interrogato sul tempo, Agostino rispose che lo sapeva benissimo finché nessuno glielo chiedeva, e che chiamato a spiegarlo si scopriva all’asciutto.[28]

La formula vale per l’apparire parola per parola: conoscenza piena, definizione negata — il profilo esatto della conoscenza per contatto, distinta da quella per descrizione.[29]

L’officina possiede la sua versione della morale: dell’apparire esiste una sola chiave d’accesso, ed è primaria nel senso forte — la chiave è esserlo. Ogni altra via restituisce, fedelmente, tabelle.

 

Quesito secondo. In che modo Mary convalida la seconda tesi?

Un esperimento mentale convalida al modo dei collaudi, e conviene fissare il tipo di collaudo. Mary è una costruzione a variabili controllate: l’ipotesi fissa al cento per cento la copertura dello schema — dentro la stanza sta ogni verità formulabile nel vocabolario fisico — e il collaudo misura che cosa accade al confine, quando la copertura totale incontra il giardino. La domanda dell’esperimento è chirurgica: a schema saturo, resta un delta?

La logica sta in tre righe, e conviene scriverle in colonna. Prima premessa: nella stanza Mary possiede tutte le verità fisico-strutturali sul colore — vale per costruzione. Seconda premessa: al primo papavero Mary impara qualcosa; il suo mondo conoscitivo si accresce — «ecco che effetto fa». Conclusione: esiste dunque un contenuto conoscitivo che l’intero corredo fisico-strutturale lasciava fuori.

La conclusione coincide, alla lettera, con il primo chiavistello della seconda tesi: dell’esperire, i simboli perdono l’effetto che fa. Mary convalida la tesi rendendone il diniego costoso e pubblico: chi rifiuta la conclusione deve negare la seconda premessa — sostenere che Mary, al papavero, resta esattamente quella di prima, senza sorpresa e senza acquisto — oppure reinterpretare l’acquisto in termini di sole abilità, pagando il conto già iscritto al primo rigo del registro.

Va aggiunta una parola sul mezzo, perché il revisore scrupoloso la chiederebbe. Gli esperimenti mentali sono pompe d’intuizione — la formula è di Dennett, coniata con diffidenza —, e le pompe possono gonfiare tanto il vero quanto il falso.[30]

La difesa di Mary sta nella sua contabilità: le manopole sono dichiarate, le premesse isolate, l’idealizzazione dello stesso genere della superficie senza attrito con cui Galileo isolò l’inerzia. Chi contesta l’esperimento è invitato a indicare la manopola truccata; la letteratura di quarant’anni documenta il tentativo e, insieme, la resistenza dell’ordigno.

Nel lessico del trattato, infine, Mary esegue il test d’integrazione della coppia schema-dominio. La stanza è lo schema portato al limite borgesiano — la mappa uno a uno del rosso —; il giardino è il dominio; l’apprendimento sulla soglia è il residuo, misurato in condizioni ideali. L’esito ripete la morale della terza tesi con altri mezzi: il difetto è di specie, e la grana perfetta lascia il delta intatto.

Convalidare, qui, significa questo: la seconda tesi esce dall’esperimento con il contenuto reso preciso, il prezzo di rigetto reso esplicito e il debito reso pubblico. Più di così un esperimento mentale rifiuta onestamente di dare — e il papavero, in appendice, resta rosso.

 

Quesito terzo. L’apparire fonda l’ontologia senza scivolare nell’idealismo?

Il terzo quesito, s’è detto, è arrivato in forma di riassunto: cinque punti ordinati e fedeli, uno schema del trattato che chiede a sua volta revisione. Il collaudo ha dato tre esiti, e il primo è una moneta da incassare. Scrivendo che senza l’apparire il mondo della scienza resterebbe «senza testimone, e dunque inconoscibile», il revisore ha scelto l’aggettivo giusto al bivio decisivo: inconoscibile anziché inesistente. Tutta la guardia contro l’idealismo sta in quella scelta. L’idealismo classico legifera sull’essere: esse est percipi[31], esistere è venir percepiti — con Dio a garantire la scrivania nelle ore di chiusura. Il trattato afferma altro, e di meno: che ogni conoscere passa dalla dogana dei due fatti, e che sulla stoffa di ciò che passa si può soltanto scommettere. Allo schema viene tolta l’autosufficienza; l’esistenza gli resta tutta. La parola testimone è del revisore, e il bilancio la incassa volentieri.

Il secondo esito è una precisazione di confine. Il riassunto attribuiva ai tratti dell’apparire — prospettico, immediato, qualitativo — lo statuto di proprietà che i simboli rifiutano di catturare, e qui la vite va serrata in senso opposto: quel profilo è precisamente ciò che i simboli catturano, ed è la seconda via del primo quesito. Il residuo è più stretto e più profondo: ciò di cui i tratti sono tratti — l’effetto che fa, l’esserlo.

La fotografia del papavero custodiva ogni rapporto di grigio, profilo compreso; il rosso restava dall’altra parte della cornice. La distinzione separa il trattato dal misticismo con un millimetro d’acciaio: allo schema viene concesso tutto il dicibile, profilo formale incluso; l’indicibile riceve un catasto di un lotto solo, l’esserlo.

Il terzo esito riguarda la modalità, ed è il più delicato. Il riassunto prometteva attese «logiche» e interiorità «per forza» inaccessibile: due espressioni che un arbitro ostile cerchierebbe in rosso, perché promuovono un’abduzione a deduzione. Il trattato ha giurato l’inverso, e il giuramento va ripetuto in appendice a scanso di ricadute: la scommessa converte anomalie in attese abduttive — se la stoffa è parente dei fatti, allora privatezza, divieto di copia e olismo cessano di essere bruti — e l’intero costrutto si giudica dal tasso di conversione, mai dalla necessità.

Cancellare quel «se» trasforma la candela in pilastro, e i pilastri finti sono la specialità della bancarella. Meglio una candela onesta: regge poco, e illumina tutto quello che promette.

C’è infine un’assenza istruttiva. Nel riassunto la scommessa puntava sulla specie «dell’apparire», e il secondo fatto era scivolato via: il velle caduto dal nosse, in miniatura, lo stesso gesto che la prima tesi rimprovera alla modernità. L’episodio merita registro perché mostra quanto il riflesso sia tenace: perfino un lettore avvertito, riassumendo, trattiene il teatro e congeda l’attore. La regola di redazione vale dunque doppia: Agostino teneva i due fatti per mano, e i riassunti lo imitino — privata del velle, la scommessa perde metà dell’attivo e l’ontologia scivola in pura contemplazione.

La risposta al quesito, in chiaro. L’apparire fonda perché presidia la dogana e resiste al dubbio dall’interno; evita l’idealismo perché fonda il conoscere e scommette sulla stoffa, astenendosi dal legiferare che le cose esistano soltanto se guardate. L’immagine da portare via è quella di uno schedario in una stanza spenta.

L’idealista dichiara che, a luce spenta, lo schedario svanisce. Il materialista dichiara che la luce è un cassetto tra i cassetti. Il trattato dichiara meno e regge di più: lo schedario, al buio, resta intero; la lettura, da sempre, chiede qualcuno.

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[1] Agostino, De civitate Dei, XI, 26.

[2] Agostino, Confessioni, XIII, 11.

[3] F. Jackson, Epiphenomenal Qualia, «Philosophical Quarterly», 32 (1982), pp. 127-136; Id., What Mary Didn’t Know, «Journal of Philosophy», 83 (1986), pp. 291-295.

[4] T. Nagel, What Is It Like to Be a Bat?, «Philosophical Review», 83 (1974), pp. 435-450.

[5] Epicuro, Sententiae Vaticanae, 40.

[6] E. Evans, Domain-Driven Design. Tackling Complexity in the Heart of Software, Boston, Addison-Wesley, 2003.

[7] F. P. Brooks, No Silver Bullet. Essence and Accidents of Software Engineering (1986), «Computer», 20 (1987), pp. 10-19.

[8] J. L. Borges, Del rigor en la ciencia, in El hacedor, Buenos Aires, Emecé, 1960.

[9] G. Galilei, Il Saggiatore (1623), § 48.

[10] B. Russell, The Analysis of Matter, London, Kegan Paul, 1927; la battuta sulla povertà in Id., An Outline of Philosophy, London, Allen & Unwin, 1927.

[11] A. S. Eddington, The Nature of the Physical World, Cambridge, Cambridge University Press, 1928, Introduzione.

[12] E. P. Wigner, The Unreasonable Effectiveness of Mathematics in the Natural Sciences, «Communications on Pure and Applied Mathematics», 13 (1960), pp. 1-14; per la misura del momento magnetico dell’elettrone, X. Fan e coll., «Physical Review Letters», 130 (2023).

[13] D. J. Chalmers, Facing Up to the Problem of Consciousness, «Journal of Consciousness Studies», 2 (1995), pp. 200-219.

[14] D. Hoffman, The Case Against Reality, New York, W. W. Norton, 2019.

[15] G. W. Leibniz, Monadologia (1714); A. N. Whitehead, Process and Reality, New York, Macmillan, 1929; per il monismo russelliano contemporaneo, T. Alter – Y. Nagasawa (a cura di), Consciousness in the Physical World, Oxford, Oxford University Press, 2015.

[16] W. K. Wootters – W. H. Zurek, A Single Quantum Cannot Be Cloned, «Nature», 299 (1982), pp. 802-803; D. Dieks, Communication by EPR Devices, «Physics Letters A», 92 (1982), pp. 271-272.

[17] J. S. Bell, On the Einstein Podolsky Rosen Paradox, «Physics», 1 (1964), pp. 195-200; per i test senza scappatoie, B. Hensen e coll., «Nature», 526 (2015), pp. 682-686; M. Giustina e coll. e L. K. Shalm e coll., «Physical Review Letters», 115 (2015). Il Premio Nobel per la Fisica 2022 è stato conferito ad A. Aspect, J. F. Clauser e A. Zeilinger.

[18] E. Schrödinger, Discussion of Probability Relations between Separated Systems, «Mathematical Proceedings of the Cambridge Philosophical Society», 31 (1935), pp. 555-563; Id., Die gegenwärtige Situation in der Quantenmechanik, «Die Naturwissenschaften», 23 (1935).

[19] D. Lewis, What Experience Teaches (1988), ora in Papers in Metaphysics and Epistemology, Cambridge, Cambridge University Press, 1999; L. Nemirow, Physicalism and the Cognitive Role of Acquaintance, in W. G. Lycan (a cura di), Mind and Cognition, Oxford, Blackwell, 1990.

[20] F. Jackson, Mind and Illusion, in A. O’Hear (a cura di), Minds and Persons, Cambridge, Cambridge University Press, 2003.

[21] H. G. Frankfurt, Freedom of the Will and the Concept of a Person, «Journal of Philosophy», 68 (1971), pp. 5-20; D. C. Dennett, Elbow Room, Cambridge (Mass.), MIT Press, 1984.

[22] D. Bohm, A Suggested Interpretation of the Quantum Theory in Terms of “Hidden” Variables, «Physical Review», 85 (1952), pp. 166-193.

[23] Per il superdeterminismo, G. ‘t Hooft, The Cellular Automaton Interpretation of Quantum Mechanics, Cham, Springer, 2016; H. Everett III, “Relative State” Formulation of Quantum Mechanics, «Reviews of Modern Physics», 29 (1957), pp. 454-462.

[24] W. James, The Principles of Psychology, New York, Holt, 1890, vol. I, cap. VI.

[25] C. S. Peirce, Man’s Glassy Essence e The Law of Mind, «The Monist», 2-3 (1892).

[26] I. Lakatos, Falsification and the Methodology of Scientific Research Programmes, in I. Lakatos – A. Musgrave (a cura di), Criticism and the Growth of Knowledge, Cambridge, Cambridge University Press, 1970.

[27] Gv 1,1.

[28] Agostino, Confessioni, XI, 14.

[29] B. Russell, Knowledge by Acquaintance and Knowledge by Description, «Proceedings of the Aristotelian Society», 11 (1910-1911).

[30] D. C. Dennett, Intuition Pumps and Other Tools for Thinking, New York, W. W. Norton, 2013.

[31] G. Berkeley, A Treatise Concerning the Principles of Human Knowledge, Dublin, 1710, § 3.

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