LETTURA ICONOLOGICA
La misura del volo
La libertà come misura in «Aquila» di Mario Cretì
«Quando vedo librare un rapace, falco o aquila che sia, provo tanta libertà e tanto rispetto:
l’aquila prende ciò che le occorre e nulla di più.»
Nota — Le associazioni sviluppate in questa lettura — il rapace come figura della libertà, il volo come sovranità, il prelievo essenziale come misura e rispetto — muovono dalle parole che Mario Cretì ha affidato all’autore intorno a questo dipinto. La presente lettura ne sviluppa le implicazioni iconologiche e le radica nella tradizione figurativa europea: documenta una chiave, prima ancora di proporne una.
La picchiata
Un grande rapace occupa il cielo e scende. Le ali si aprono verso l’alto, ampie, cariche di luce; il capo e il becco puntano verso il basso; gli artigli si protendono fino al margine inferiore, dove si chiudono su un punto preciso. Attorno, un cielo di cobalto e turchese, percorso da pennellate che simulano il vento. La scena fissa un istante solo — il momento in cui il volo si fa caduta mirata, e la caduta si fa presa.
La mano appartiene a chi ha dipinto Punti cardinali. Riconosco il contorno nero che serra ogni forma come la piombatura di una vetrata, il brulichio di trattini e puntini che popola le penne, il piumaggio caldo di ocra, oro e rosso acceso contro il freddo dell’azzurro. Aquila abita la stessa casa: una stanza nuova nella cosmologia di Cretì, dove ogni quadro aggiunge una figura al medesimo discorso sul mondo.
Il soggetto sorprende per la direzione che prende. L’aquila reca da sempre il volo verso l’alto — la sovranità, lo slancio dello spirito, l’ascesa. Cretì la coglie nell’attimo opposto: il rapace si tuffa. La libertà, qui, scende. E la discesa apre la domanda che governa la tela — verso che cosa scende un essere tanto libero, e con quale gesto.
Le parole dell’artista offrono la chiave. Davanti a un rapace in volo, dice, prova «tanta libertà e tanto rispetto», e ammira nell’aquila chi «prende ciò che le occorre e nulla di più». La libertà del rapace coincide con la sua misura. Questa lettura muove da qui — dal riconoscere in Aquila una libertà che scende per agire, e che nell’agire si dà un limite.
La grammatica del fuoco
Prima del significato parla la materia, e la materia di Cretì porta il suo timbro. Ogni penna vive racchiusa entro un contorno nero, spesso, che la stacca dalla vicina e insieme la accende: lo stesso principio della vetrata, dove il piombo ordina i vetri e li fa cantare per accostamento di luce.[2] Sulle ali il segno si fa fitto — trattini, barre, puntini che riempiono ogni superficie secondo quell’antico timore del vuoto che spinge l’ornato a invadere il campo.[3] Il piumaggio diventa un tessuto vivo, gremito, pulsante fino all’ultima barbula.
La tavolozza recita un dramma di temperature. Il rapace brucia di ocra, oro, ambra e rosso; il cielo lo avvolge nel freddo del cobalto e del turchese. Cretì accosta i due regni secondo la legge del contrasto simultaneo, per cui il caldo esalta il freddo e ciascuno guadagna forza dal confine con l’altro.[4] Ne nasce una fiamma dentro l’aria, un corpo ardente sospeso nell’azzurro. Il fuoco delle penne dice la vita; l’azzurro dice lo spazio illimitato in cui quella vita si muove.
Lo sfondo aggiunge il movimento. Pennellate larghe e curve corrono attorno al rapace come correnti, vortici di vento che lo sostengono e lo spingono nella discesa. L’aria appare densa, abitata, percorsa da forze — la stessa energia rotante che animava il centro di Punti cardinali, qui distesa in tutto il cielo. Il rapace cavalca quelle correnti, e la pittura rende palpabile l’elemento che lo regge.
Questa grammatica prepara già il senso. Un ardore portato dentro una forma, un fuoco tenuto dal contorno, una potenza cromatica governata dal disegno: la materia stessa annuncia il tema che le forme svilupperanno. Misura e intensità convivono fin nella pennellata.
III. Le ali e gli artigli: la sovranità e la misura
Due gesti compongono il rapace, e dicono due cose insieme. Le ali spalancate verso l’alto recano la sovranità — l’apertura, il dominio dell’aria, la libertà del volo. Gli artigli protesi verso il basso, raccolti su ciò che basta, recano la misura — la presa esatta, il prelievo essenziale. Tra l’apertura e la presa corre l’intera idea della tela: una potenza che si dà un limite.
L’iconografia consegna all’aquila un lungo primato. Uccello di Giove, emblema dell’impero e della sovranità; attributo dell’evangelista Giovanni, sguardo capace di fissare il sole; figura dell’anima che sale e dell’Ascensione nella tradizione cristiana.[5] Il bestiario medievale la dice capace di rinnovarsi volando verso il sole e tuffandosi poi nell’acqua, e il salmo canta una giovinezza che «si rinnova come quella dell’aquila».[6] Tutta questa eredità parla di altezza e di ascesa.
Cretì raccoglie quel primato e lo porta verso un di più. La sua aquila scende, e scende con esattezza. La picchiata diventa il momento in cui la libertà si fa atto responsabile: il rapace usa la propria potenza per prendere il necessario, e nel gesto stesso pone il proprio limite. «Prende ciò che le occorre e nulla di più», dice l’artista, e la frase descrive una virtù antica — la temperanza, la giusta misura che i filosofi collocavano nel mezzo tra l’eccesso e il difetto.[7] L’aquila di Cretì diventa allora maestra di un’etica, oltre che emblema di slancio.
Una tensione verticale percorre la figura e ne moltiplica il senso. Il rapace scende, e nello stesso istante tutto il suo corpo continua a salire: le ali spinte verso l’alto, il piumaggio acceso che pare ancora ascendere, mentre il capo e gli artigli scelgono il basso. L’aquila precipita e vola in un solo gesto. E la discesa porta il segno di una scelta — l’altezza che acconsente a scendere, la potenza che si china verso ciò che le occorre. Scendere, qui, diventa un atto di misura: la libertà che decide il proprio limite, e nel limite si compie.
La composizione conferma la lettura nella sua geometria. L’ampiezza delle ali in alto e la concentrazione degli artigli in basso disegnano un movimento che si raccoglie: dalla massima apertura alla presa puntuale. La libertà si misura in questa capacità di restringersi al necessario. Sovranità e sobrietà abitano lo stesso corpo, e il volo trova la propria nobiltà nel sapersi dare una misura.
Lo specchio del cacciatore
Una corda più personale attraversa il quadro, e Cretì la nomina con semplicità. La natura lo affascina in ogni sua manifestazione, e davanti al rapace prova libertà e rispetto. Chi dipinge questa aquila riconosce in lei una regola: prendere ciò che occorre, rispettare il resto. L’osservazione diventa specchio, e il rapace gli restituisce l’immagine di una misura che vale per ogni gesto.
Il rispetto, nelle sue parole, governa anche l’arte venatoria intesa con coscienza — un momento per condividere con la natura la sua bellezza, il prelievo ridotto al necessario, la rinuncia all’abuso. La caccia nobile possiede del resto una tradizione illustre di studio e di cura: Federico II, nel suo trattato sull’arte di cacciare con gli uccelli, osservava i rapaci con la pazienza di un naturalista, e leggeva nella loro indole una legge da rispettare.[8] La stessa legge regge, nella tela, il rapporto tra l’uomo e l’animale: prendere il necessario, onorare il vivente.
Caccia e pittura, presso Cretì, obbediscono al medesimo principio — il gesto giusto e niente di superfluo. La mano che dipinge e l’occhio che osserva il volo condividono una misura sola. Per questo l’aquila funziona come autoritratto obliquo: l’uomo che cerca per scelta etica ciò che il rapace compie per istinto. Il quadro racconta un’affinità, e la affida a chi guarda con la discrezione di un’immagine.
Conviene tenere lo sguardo su questa misura, che è il cuore del tema. La forza dell’opera sta nell’idea di una potenza che si autolimita, di una libertà che si fa rispetto. Il rapace la mostra nel corpo, l’artista la riconosce nella vita, e la tela la consegna come una sobria sapienza — prendere ciò che occorre, lasciare il resto, onorare il vivente.
Congedo
Resta da nominare l’insieme. Aquila racconta una libertà che scende e che, scendendo, si misura. Le ali aperte dicono lo slancio; gli artigli raccolti dicono il limite; il fuoco delle penne dentro l’azzurro dice un ardore tenuto dentro una forma. Ogni elemento converge su una sola sapienza: la potenza trova la propria nobiltà nella misura, e la libertà si compie nel rispetto.
Letta accanto a Punti cardinali, la tela rivela la propria parentela.[9] Là un centro raccoglieva le direzioni e teneva insieme orientamento e metamorfosi; qui una misura raccoglie la forza e tiene insieme sovranità e sobrietà. In entrambe le opere una legge governa la pienezza — lì la bussola, qui l’artiglio che prende il necessario. Cretì torna sul medesimo pensiero con figure nuove: il mondo regge perché qualcosa, al centro, gli dà forma e limite. Aquila aggiunge così una stanza alla casa che già conosciamo, e ne illumina il modo di pensare il mondo.
Una parola conclusiva spetta al titolo. La misura del volo nomina la doppia natura del rapace — lo slancio e il limite, l’altezza e la presa esatta. Cretì ne fa un’immagine sola: un’aquila che scende a prendere ciò che le occorre, e che in quel gesto raggiunge la sua libertà più piena. La discesa custodisce un’ascesa — il fuoco portato dentro il freddo, la forza che si dona una regola. L’opera consegna a chi guarda ciò che la natura, agli occhi dell’artista, insegna da sempre: la più alta libertà conosce la propria misura.
[1]Le frasi dell’artista citate nel saggio sono state raccolte dall’autore nel corso di conversazioni con lui.
[2]Il termine cloisonnisme fu coniato dal critico Édouard Dujardin nel 1888 a proposito di Louis Anquetin e Paul Gauguin: campiture serrate da contorni marcati, sul modello delle vetrate e degli smalti a setto.
[3]L’horror vacui, «timore del vuoto», designa la tendenza a saturare di segno ogni superficie, dai codici insulari alle decorazioni a fondo oro.
[4]Il principio del contrasto simultaneo è formulato da M.-E. Chevreul, De la loi du contraste simultané des couleurs (Paris 1839): colori opposti accostati si esaltano a vicenda.
[5]L’aquila, uccello di Giove ed emblema della sovranità nel mondo romano, diviene nell’arte cristiana attributo dell’evangelista Giovanni — fra le quattro creature del tetramorfo — e figura dell’anima che ascende.
[6]Il Physiologus e i bestiari medievali narrano dell’aquila che si rinnova volando verso il sole e tuffandosi nell’acqua; il Salmo 103,5 canta: «si rinnova come quella dell’aquila la tua giovinezza».
[7]Sulla virtù come giusta misura, collocata nel mezzo tra l’eccesso e il difetto, cfr. Aristotele, Etica Nicomachea (la dottrina del mesótes).
[8]Federico II di Svevia, De arte venandi cum avibus (metà del XIII secolo), studiò i rapaci con occhio di naturalista, fondando la falconeria sull’osservazione e sul rispetto dell’indole degli uccelli.
[9]Cfr. la nostra lettura di Punti cardinali, dove un centro raccoglie le direzioni e tiene insieme orientamento e metamorfosi.
Lorcanari Zagliza
Critico e saggista