Mario Cretì e l’Abbecedario del Mondo: Cronaca di una Poetica Ambientale

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Mario Cretì e l’Abbecedario del Mondo: Cronaca di una Poetica Ambientale

Plus Florence, 22 novembre 2025

Il Contesto e la Consacrazione

L’intervento del professor Carlo Franza alla presentazione della mostra “Abbecedario del Mondo” di Mario Cretì presso Plus Florence si configura come qualcosa di più di una semplice introduzione critica: è il riconoscimento pubblico di un percorso artistico pluridecennale che ha saputo mantenersi coerente nella visione evolvendo continuamente nelle forme espressive. Franza annuncia il prestigioso Premio Indro Montanelli che Cretì riceverà il 16 dicembre a Milano – un riconoscimento fondato nel 1988 che attraversa tutti i settori della cultura italiana e di cui lo stesso Franza fa parte della giuria.

Questo dettaglio situa immediatamente l’artista in una dimensione di legittimazione istituzionale che supera il circuito delle gallerie regionali. Il premio Montanelli, con la sua storia quasi quarantennale, rappresenta uno degli apici del riconoscimento culturale italiano, e l’inserimento di Cretì in questo pantheon testimonia una maturità artistica ormai consolidata.

La Dimensione Europea e la Vocazione Transnazionale

Uno degli aspetti più interessanti dell’intervento di Franza è l’insistenza sulla dimensione europea e mondiale del lavoro di Cretì. “L’artista si allarga al mondo intero” – afferma il critico, sottolineando come l’artista abbia saputo portare le proprie mostre in Italia e in tutta Europa. Questa mobilità espositiva indica una capacità di dialogo con contesti culturali diversi, una versatilità linguistica che permette all’opera di Cretì di essere compresa e apprezzata oltre le specificità locali.

L’inserimento di un’opera significativa – un Cristo – nel museo d’arte sacra legato alla Fondazione Don Tonino Bello (che Franza definisce “il più importante museo d’arte sacra che c’è in Europa”) aggiunge un’ulteriore dimensione alla riflessione. Don Tonino Bello, vescovo pugliese scomparso nel 1993, è stato una figura di straordinaria rilevanza nella Chiesa italiana del Novecento, testimone di un cristianesimo sociale, pacifista, radicato nel Vangelo. L’accoglienza di un’opera di Cretì in un museo a lui dedicato suggerisce un’affinità spirituale, un’attitudine alla contemplazione del sacro che passa attraverso la natura e la sua rappresentazione trasfigurata.

Il Realismo Trasfigurato: Tra Fiaba e Cromia Visionaria

Franza identifica con precisione il nucleo poetico del lavoro di Cretì: “L’immagine di quello che vuole essere rappresentato esiste, rielaborata con dei toni spettacolari, frutto proprio di questa grande capacità dell’artista di utilizzare appunto i colori.”

Questa formulazione è particolarmente acuta. Cretì pratica un “realismo trasfigurato”, in cui il referente naturale (il cigno, la civetta, l’intero bestiario che popola le sue tele viene sottoposto a un processo di rielaborazione cromatica che lo eleva a dimensione simbolica, quasi araldica. Le “favole”, le “creatività”, le “immaginazioni” di cui parla Franza offrono modalità alternative di accedere alla realtà, strategie di rappresentazione che passano attraverso l’intensificazione espressiva del colore.

Il colore, appunto. È questo il vero protagonista tecnico ed emotivo delle opere di Cretì, secondo Franza: “toni spettacolari” che interpretano, che reinventano la luce naturale secondo una logica interna all’opera. È una cromia che ricorda certe soluzioni del simbolismo tardo-ottocentesco o dell’espressionismo mitteleuropeo, dove il colore diventa stato d’animo, risonanza emotiva.

L’Autobiografia Rurale: La Campagna Come Archivio Mnemonico

Sono vissuto in campagna” – interviene brevemente Cretì stesso, in quella che è l’unica battuta dell’artista riportata. E Franza immediatamente rilancia: “Certo, la campagna ha fissato indelebilmente tutte queste immagini sulle grandi tele.

Questo scambio apparentemente minimale contiene un’indicazione autobiografica fondamentale. L’universo faunistico di Cretì nasce da un’esperienza vissuta, da un’infanzia e da una formazione trascorse a contatto diretto con il mondo naturale. La campagna costituisce per lui il sostrato esistenziale da cui emerge la sua visione artistica.

Quella campagna ha funzionato come “archivio mnemonico” – per usare una formula warburghiana – immagazzinando forme, movimenti, luci, presenze animali che poi riaffiorano sulla tela impresse, fissate in una dimensione che oltrepassa la contingenza del ricordo per acquisire il carattere dell’universale. Le grandi tele di cui parla Franza diventano così superfici su cui si deposita e si cristallizza un’intera biografia sensoriale.

La Lezione Ambientale: Pittura Come Testimonianza Ecologica

L’ultima parte dell’intervento di Franza assume una valenza quasi militante. Nell’era in cui il discorso ambientale è diventato centrale nel dibattito pubblico – e come osserva il critico, spesso si traduce in parole anziché in fatti e realizzazioni concrete – il lavoro di Cretì assume il valore di una “grande lezione ambientale”.

La lezione sta nell’atto stesso di continuare a guardare, a raffigurare, a celebrare quel “mondo ambientale” fatto di cigni, civette e dell’intero “mondo descritto” che Franza definisce “favoloso, direi prezioso”. La preziosità riconosce il valore intrinseco, la fragilità e l’unicità di ciò che viene rappresentato.

In un momento storico in cui la sesta estinzione di massa procede a ritmi accelerati, in cui la biodiversità collassa sotto la pressione antropica, le opere di Cretì funzionano come testimonianze visuali di un patrimonio naturale sempre più minacciato. La presenza insistita, amorosa, cromaticamente trasfigurata di questi animali sulle tele ci ricorda cosa rischiamo di perdere.

L’Abbecedario: Una Poetica della Catalogazione

Il titolo della mostra – “Abbecedario del Mondo” – merita un’attenzione specifica. L’abbecedario è insieme strumento didattico elementare e dispositivo di ordinamento totale: dalla A alla Z, ogni lettera apre a un universo di cose nominate. Applicato al mondo naturale, l’abbecedario diventa progetto enciclopedico, ambizione di completezza, desiderio di censire e preservare attraverso la rappresentazione.

C’è qualcosa di borgiano in questa impresa: come la biblioteca di Babele contiene tutti i libri possibili, l’abbecedario di Cretì aspira a contenere tutte le creature, a costruire un’arca pittorica che salvi dalla dimenticanza e dall’estinzione le forme della vita. È un gesto insieme umile (l’abbecedario è il libro dei bambini) e ambizioso (catalogare il mondo), pedagogico (insegnare a vedere) e poetico (trasfigurare ciò che si vede).

Una Mostra “Corposa”: Bilancio di Decenni

Franza è esplicito nel definire questa esposizione come “abbastanza corposa per dare l’idea del suo lavoro che attraverso decenni ha spaziato”. C’è qui il riconoscimento di una carriera longeva, di una fedeltà al proprio progetto artistico che ha attraversato stagioni culturali diverse mantenendosi saldo.

La “corposità” della mostra è insieme quantitativa (il numero delle opere esposte) e qualitativa: è la densità di senso che si accumula quando si può vedere insieme un percorso pluridecennale, quando le singole opere dialogano tra loro rivelando ossessioni ricorrenti, variazioni sul tema, evoluzioni stilistiche. È l’opportunità di vedere l’intera trama complessiva di una poetica.

Conclusioni: Cretì e la Tradizione della Pittura Animalista Visionaria

Collocando il lavoro di Mario Cretì in una prospettiva storico-artistica più ampia, emergono alcune coordinate interessanti. La tradizione della pittura animalista ha radici antichissime e si dirama in molteplici direzioni: dal naturalismo scientifico (si pensi agli acquerelli ornitologici di Audubon) al simbolismo favolistico (gli animali araldici medievali), dall’espressionismo animalista (Franz Marc e i suoi cavalli blu) al surrealismo zoomorfo (gli uccelli di Brauner).

Cretì si situa in una zona di intersezione tra queste tradizioni: mantiene la riconoscibilità del referente naturale (creature reali, forme conosciute) sottoponendolo a un’intensificazione cromatica ed espressiva che lo allontana dal puro documento. È un animalista visionario, che usa la fauna come alfabeto simbolico per parlare di memoria, di paesaggio interiore, di relazione uomo-natura, di fragilità e bellezza.

L’intervento di Carlo Franza a Plus Florence, nella sua brevità e nel suo tono quasi colloquiale, riesce a toccare tutti i nodi essenziali di questa poetica: la dimensione europea, la qualità cromatica, la radice autobiografica rurale, la valenza ecologica, il riconoscimento istituzionale. E lascia intuire, in filigrana, un artista che ha saputo costruire nel tempo un universo riconoscibile e coerente, un “abbecedario” personale attraverso cui leggere e interpretare il mondo.

In un panorama artistico contemporaneo spesso sedotto dalle mode e dalle accelerazioni del mercato, la fedeltà di Cretì al proprio vocabolario visivo, alle proprie creature ricorrenti, ai propri toni spettacolari, appare come un valore in sé: la testimonianza che rimane possibile costruire un’opera di lungo periodo, coltivare una visione personale con pazienza artigianale, resistere attraverso la pittura.

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